Gli anni pisani di Natta


A cura di Raimondo Cubeddu, Mauro Stampacchia, Giovanni Cavera


Cubeddu - "E' il 19 giugno. Siamo nella casa dell'on. Natta, davanti al mare. Ringraziamo l'on. Natta per aver accettato di rievocare un periodo importante, non solo della sua vita ma anche della nostra storia nazionale e culturale. Passo subito alla prima domanda. Onorevole, in merito all'intervista concessaci dal professor Frosini e parzialmente pubblicata sul "Sant'Anna News" del dicembre 1997, ha qualche aggiunta o qualche precisazione da fare?"

Natta - "Io credo che l'intervista del professor Frosini rispecchi con verità le vicende che hanno vissuto a Pisa la Scuola Normale e il Collegio di scienze giuridiche e corporative (che allora, negli anni della nostra presenza si chiamava Collegio Mussolini) e non mi pare di avere delle osservazioni sostanziali da fare sulle cose che egli dice e che riguardano soprattutto il costituirsi nell'Università, e in particolare nelle due Scuole (la Normale e il Collegio), di un movimento di carattere antifascista. Mi pare, tuttavia, che più precisamente bisognerebbe dire che le componenti essenziali e le spinte, anche, determinanti dell'antifascismo giovanile a Pisa - negli anni che grosso modo vanno dal '36 alla guerra, al '40-'41 - sono state quelle, in partenza, di una critica, di una fronda e di una ricerca, pure, di riforma del fascismo. E sia detto più nettamente: nei giovani che verso la metà degli anni Trenta si impegnarono non solo negli studi ma anche in una attività di carattere politico, c'era ormai una esigenza critica nei confronti del fascismo. Grosso modo, io faccio risalire questa manifestazione di disagio, di insoddisfazione, di fastidio, di critica più o meno aperta nei confronti del fascismo, alla guerra di Spagna, al passaggio tra la guerra d'Africa e la guerra di Spagna. Questo, credo, sia il momento di una rottura generazionale, perché la guerra d'Africa aveva ancora suscitato nell'ambito giovanile delle passioni, delle adesioni, perfino degli entusiasmi. Si toccò allora il punto più alto dei cosiddetti "anni del consenso". Ma fu rapido il passaggio a uno stato di allerta, di allarme e anche di critica, di rifiuto morale e politico, quando il regime fascista si impegnò nel sostegno a Franco, nell'intervento nella guerra di Spagna. Allora vennero fuori anche dei gruppi di dissidenti, tra i quali spesso è ricordato quello che porta il nome di Ruggero Zangrandi. Zangrandi ebbe una certa presa. Egli era fautore di un fascismo di sinistra, di un rinnovamento del fascismo, di un ritorno alle origini del fascismo. Questi temi, che riaffioreranno più tardi, al momento della Repubblica sociale, ebbero una certa adesione, in particolare nel Collegio Mussolini. Alcune delle tendenze del corporativismo di sinistra sono contigue o si intrecciano. Alcuni degli studenti che sarebbero divenuti delle personalità nella vita del nostro Paese, nella fase della ricerca e dell'azione giovanile vennero da quel retroterra. Mi riferisco, ad esempio, a Danilo De' Cocci e a Mario Ferrari Aggradi, che è scomparso recentemente. Rilevante era allora un giovane, Marco Aurelio Giardina, che fu uno dei principali collaboratori del "Campano", la rivista del Guf di Pisa. Così come debbo ricordare tra i seguaci di Zangrandi, Bruno Bernieri che poi è stato deputato comunista. Inizialmente, il passaggio da quello che, nel Collegio Mussolini, si chiamò il "corporativismo di sinistra" a posizioni critiche nei confronti del fascismo fu un fatto significativo. Questa fu, tuttavia, una, e non la più rilevante, delle tendenze che portarono via via a un impegno e a una milizia politica antifascista tra i giovani universitari. A Pisa la corrente, ideale e politica, più significativa e rilevante fu quella che ebbe come promotori e guide Capitini e Calogero, quella del liberalsocialismo. Alla Scuola Normale l'antifascismo giovanile ebbe soprattutto quella espressione, anche se io ritengo doveroso sottolineare che il movimento liberal-socialista non nacque in termini partitici. Anche nel Manifesto del liberalsocialismo - documento fondamentale del 1940 che poi prese nome da Calogero poiché questi ne fu l'artefice, anche se non fu l'unico estensore - c'è l'affermazione abbastanza netta che non si voleva fare un partito ma un movimento; anzi si voleva determinare un quadro politico-istituzionale in cui potessero ritrovarsi e agire anche altri partiti. Era già questa una delle manifestazioni della presunzione - lo dico in senso positivo - tipica dell'azionismo: quella, cioè, di essere il meglio, di raccogliere la tradizione liberale e la tradizione socialista in una visione superiore e, quindi, di essere anche la parte politica che conduce gli altri, che guida, che ha sugli altri una egemonia, perché - ed era vero - era composta dalla élite intellettuale o di quella che presumeva..."

Cubeddu - "...anch'io pensavo così. Poi ho letto l'intervista a La Malfa pubblicata da Laterza e mi son reso conto che alla concretezza e al realismo, ovvero alla visione politica complessiva di Togliatti (ma anche di De Gasperi) gli azionisti contrapponevano idee vaghe espresse con molta presunzione..."

Natta - "...eh, ma Lei, quando sente parlare me, deve sapere che sono uno che ha vissuto l'esperienza del liberalsocialismo e che li ha conosciuti tutti...(segue una risata) e - questo, naturalmente, non c'entra molto con l'intervista - debbo dire che questa ispirazione pedagogica e questa aspirazione ad essere la forza egemone del movimento antifascista, prima, e del movimento di liberazione, poi, è stata tipica del Partito d'Azione e dei suoi intellettuali. Intendiamoci, gli azionisti hanno dato un contributo rilevantissimo alla lotta di liberazione. La partecipazione delle formazioni azioniste alla lotta di liberazione è stato un fatto serio, non un'adesione politica a un movimento che poi era fatto, sofferto e pagato da altre forze politiche. No, gli azionisti ci sono stati nella lotta di liberazione tra i partigiani. Però, l'impronta era questa. Nell'impostazione del Manifesto del 1940 c'era già questa concezione e ambizione politica. E in quel momento, però, debbo dire che il non voler essere un partito, non voler circoscrivere, porre un orizzonte già chiuso di partito, fu un fatto estremamente positivo, perché alla Scuola Normale, ad esempio, l'antifascismo non si può dire sia stato soltanto quello di Capitini e di Calogero. Noi abbiamo seguito un'impostazione aperta, improntata alla volontà di suscitare un movimento, una resistenza, un'iniziativa di superamento, di lotta contro il fascismo, senza porre i vincoli o i limiti, che sono naturalmente tipici di ogni formazione politica. Per cui, io lo ricordo sempre, il movimento antifascista alla Scuola Normale non fu determinato e definito da un partito. Questo rispondeva più alla impostazione di Capitini che a quella di Calogero. Tant'è vero che quando, nel 1943, si costituì il Partito d'Azione, Capitini non aderì a questa nuova formazione politica. Capitini non entrò nel Partito d'Azione perché gli sembrava una limitazione. Le ambizioni di Capitini erano, forse, ancora più grandi di quelle di Calogero. Calogero voleva fare un partito; Capitini voleva fare un movimento religioso, di riforma religiosa; voleva essere una specie di Lutero, di Gandhi..."

Cubeddu - "...un'ambizione quasi sfrenata..."

Natta - "...ecco. Capitini era, in apparenza, una persona modestissima. In realtà, egli aveva un'ambizione colossale. Ma questo ha giovato perché allora alla Scuola Normale ci fu un movimento che era caratterizzato fortemente in senso antifascista, ma non era chiuso. E quindi, potevamo stare assieme, e siamo stati assieme, socialisti, liberali, amici dei comunisti (o quasi comunisti), cattolici. Io ho lavorato con amici della Fuci. Ricordo sempre, e lo ricordo perché mi sembra un fatto significativo della nostra formazione culturale e politica, che io e Mario Spinella, diventato comunista anche lui, l'amico più importante e più caro che ho avuto alla Scuola Normale e che è scomparso poco tempo fa, andavamo con la San Vincenzo de' Paoli, assieme al fucino Giovanni Getto (futuro professore di letteratura italiana all'Università di Torino), nelle case a portare aiuto e solidarietà. Noi avevamo un fine non del tutto collimante con quello di Getto. Non che non fossimo convinti che era giusto portare solidarietà, ma ci interessava andare in giro per le case soprattutto per incontrare persone e per saggiare i loro orientamenti. Questa opera di proselitismo, che era forte, veniva dall'insegnamento di Capitini.

Ecco, nella ricostruzione di Frosini questo c'è. C'è tutto, però, con qualche imprecisione. Per esempio, mi fa diventare già il capo di una sorta di cellula comunista. E io non lo sono stato, anzi..."

Cubeddu - "...ecco! Non mi ricordo se sia nella parte dell'intervista che è stata pubblicata, ma Frosini dice che Lei portava il distintivo a rovescio... Ciò significava veramente qualcosa? Il portare il distintivo a rovescio era percepito dagli altri come un messaggio particolare?

Natta - (ridendo) Evidentemente qualcosa, se Lui lo ricorda..."

Cubeddu - "...qualcosa ci doveva essere?".

Natta - "Qualcosa ci deve essere. Dopo aver letto l'intervista, sono andato a guardare delle vecchie fotografie e ho trovato che in una si vede che avevo un distintivo, cosa che io non ricordavo. In effetti, qualcosa ci dev'essere. Perché, allora, noi antifascisti della Scuola Normale, in senso se vuole un po' generico, seguaci di Capitini, di Calogero, liberalsocialisti, amici dei comunisti, cattolici, c'erano parecchi cattolici, sia nella Facoltà di Lettere sia..."

Cubeddu - "...ma cattolici dell'Azione cattolica o..."

Natta - "...della Fuci. Prima, vede, ho detto che sono andato con la San Vincenzo, che era un'altra istituzione nella quale militavano giovani della Scuola Normale; ma andavo anche alle riunioni della Fuci, pur non essendo iscritto a questa associazione. Io ero oltretutto un laico. Un laico rispettoso delle opinioni dei credenti, ma pur sempre un laico radicale di formazione illuministica. Andavo, però, alle riunioni della Fuci, in cui si commentava il Vangelo, perché quei commenti erano un'occasione di incontro e di discussione politica nei modi propri, che erano tipici di un'organizzazione come la Fuci. Ricordo tante altre cose. C'era pure qualche salotto, come quello del professor Giovan Battista Picotti, docente di Storia contemporanea che aveva una casa accogliente. Il leader negli anni miei, in casa Picotti, era Arsenio Frugoni, un giovane brillantissimo, pieno di vita, che poi è stato uno storico rilevante. Anche Lui era della Fuci, magna pars della Fuci. Nel salotto Picotti egli era il giovane che faceva da perno. Allora, questo movimento giovanile si era trovato di fronte ai problemi che in quell'epoca erano davanti a tutti, anche a quelli che non avevano trovato una forma di organizzazione, dei punti di appoggio, dei riferimenti come potevano essere dei professori di università quali Calogero, Luigi Russo e altri ancora, alla Scuola Normale o al Collegio Mussolini: i problemi relativi al cosa fare nel momento in cui si era determinata e si era allargata una frattura - si pensi al duro contraccolpo delle leggi razziali - nei confronti del regime fascista. Che fare? Era una ricerca che ci ha impegnato molto. Per esempio, c'erano opinioni diverse sull'opportunità di partecipare ai Littoriali fascisti. Bisognava andarci o no? Noi siamo stati degli "entristi", per usare il termine, che mi sembra ottimo, coniato dai comunisti. Bisognava star dentro. Capitini non voleva; Calogero sì. Già negli anni precedenti c'erano stati dei littori. Eravamo favorevoli, quindi, a tutte queste manifestazioni che permettevano di uscire dal piccolo guscio, dall'isolamento tremendo prodotto dal regime fascista. Ma anche il regime aveva le sue crepe. Eravamo favorevoli a sfruttare tutto quelle occasioni che potevano consentire una comunicazione, un incontro con altri. Io non sono andato ai littoriali. Questo per un fatto di temperamento, per questioni personali. Spinella, però, c'è andato. Tanti altri della Scuola Normale o del Collegio Mussolini ci sono andati. Si sono anche affermati come poeti, studiosi di cose militari - ai Littoriali c'erano anche gli studi militari -.

L'anno 1940-41, quando fui perfezionando alla Scuola Normale, mi trovai di fronte a questa questione: stare fuori o dentro al Guf? La spinta, che mi venne dagli amici e anche da un uomo come Calogero, fu quella di non mettermi da parte, di stare il più possibile dentro. Così sono stato per un piccolo periodo dentro la redazione del "Campano", anche se non ho scritto niente (al contrario di Frosini che collaborava attivamente e scriveva di politica estera, di critica letteraria e cinematografica) e sono stato - ecco il distintivo - dal marzo al luglio 1941 l'addetto culturale del Guf anche per sapere cosa bolliva in pentola, per avere una qualche difesa. Ma in quel periodo non subimmo colpi. Le cose gravi erano accadute prima, alla Scuola, nella fase iniziale della guerra. "La Germania prende sotto la sua protezione il Belgio e l'Olanda": le locandine dei giornali nelle piazze di Pisa, i normalisti le andarono a strappare... e naturalmente, in quel caso, anche la polizia non poté fare a meno di denunciare. Ci andò di mezzo Mario Casagrande; Gentile si precipitò a Pisa.

Ritorneremo, immagino, più avanti sull'atteggiamento di Gentile nei confronti della Scuola. La Scuola non è mai stata piegata al fascismo. Gentile non ha fatto questo. Gentile ha tentato di fare della Scuola la sua scuola; non vi è riuscito in pieno, perché i giovani hanno cercato e trovato altri maestri. Ma l'intento non era di fare della Scuola una Scuola fascista. Nemmeno il Collegio Mussolini, che pure portava quel nome era un Collegio fascista. Gli obblighi di ossequio o di obbedienza al fascismo (le esercitazioni, i premilitari, la milizia universitaria, l'iscrizione al Guf, ecc.) erano al di fuori della Scuola. Di tali obblighi la Scuola non si impicciava. La Scuola era, quindi, una sorta di oasi felice. Russo diceva "il momento dell'innocenza di Gentile". Gentile si preoccupò e si mosse solamente quando ebbe il timore che potessero essere messe in discussione la sua direzione e l'esistenza della Scuola. Quando cantammo la Marsigliese nel refettorio o quando compimmo altri atti di insubordinazione, Gentile si preoccupò molto. Ci fu qualche caso di esclusione e poi di riammissione. Ma interventi dall'esterno, della polizia, delle autorità fasciste di Pisa, del Rettorato, non ci sono mai stati. Ciò è sorprendente, ma è sorprendente fino a un certo punto. Gli arresti di esponenti del movimento liberal-socialista risalgono al '42, anno in cui furono incarcerati Calogero, Capitini, Agnoletti, Codignola, Ragghianti, Ramat, a Pisa, a Perugia e a Firenze, che costituivano con Padova l'area essenziale di diffusione del movimento. E' impensabile che fino ad allora la polizia non sapesse quello che avveniva alla Scuola. Il fatto è che, secondo me, le autorità e la polizia, soprattutto la polizia politica, ebbero sempre un atteggiamento di un certo tipo nei confronti degli intellettuali e dei giovani intellettuali. Se in una fabbrica veniva distribuito un volantino, il giorno successivo venivano presi i responsabili di questo atto. Nei confronti degli studenti le autorità fasciste non ebbero mai questo atteggiamento. Io sono convinto di questo, anche perché ho qualche pezza d'appoggio. Di quello che avveniva alla Scuola Normale in quegli anni erano informati non solo gli antifascisti ma anche i fascisti. Qui a Imperia avevo dei terminali dell'uno e dell'altro tipo. Avevo, in casa, mio cognato, che sarebbe stato segretario della Camera del lavoro di Imperia dopo la Liberazione, il quale, da giovane, era stato amico di Giacinto Menotti Serrati e aveva sposato una mia sorella che militava nella gioventù comunista. Questi sapevano benissimo che cosa succedeva e cercavano di prendermi, e io ero un renitente al reclutamento comunista. Ma lo sapevano anche i fascisti perché nella mia famiglia c'era anche un ramo di parenti fascisti. Uno di questi, che era uno capi dei fascisti locali, mi incoraggiava perché ero considerato un frondista... In un osservatorio di estrema periferia, come poteva essere Imperia, sapevano quello che succedeva alla Scuola Normale, sia i comunisti in clandestinità, sia i fascisti "frondisti", come questo mio cugino, il quale pensava - anche lui - che il fascismo dovesse riformarsi. Quindi la polizia sapeva, ma non interveniva. Quello era il metro di comportamento. Quando si accorsero che Calogero e Capitini andavano oltre il segno, li arrestarono, non fecero loro nemmeno il processo, ma conoscevano benissimo chi erano e le loro vicende. Io ricordo, del resto, che Capitini venne seguito dalla polizia dal 1933, quando, segretario della Scuola Normale con la direzione Gentile, rifiutò di prendere la tessera fascista, fino al 1968, quando morì a Perugia. Quindi, sia negli anni della dittatura fascista che in quelli della repubblica democratica, Capitini fu sempre schedato e controllato dalla polizia come un sovversivo, tanto che, quando egli morì, la Questura mandò un telegramma al Casellario della polizia giudiziaria che così recitava: "Il nominato in oggetto è oggi deceduto". E' chiaro che sapevano tutto. Allora, può darsi anche che io abbia portato qualche volta il distintivo fascista a rovescio nel periodo in cui facevo il responsabile culturale del Guf e collaboravo a "Il Campano". "Il Campano" è stato una rivista notevole, come "Il Bo" di Padova. La parte più significativa era quella culturale, letteraria, artistica, in particolare quella riguardante le arti figurative..."

Cubeddu - "C'è, però, anche un cambiamento di prospettiva. Forse noi, oggi, siamo più propensi a vedere quelle vicende da un punto di vista politico mentre sottovalutiamo il fatto che i giovani di allora erano più sensibili, rispetto a quelli di oggi, a discipline come la poesia, la letteratura, la storia dell'arte..."

Natta - "...sono stati sensibilissimi..."

Cubeddu - "...Da quel punto di vista "Il Campano" è stata una grande palestra..."

Natta - "...non c'è dubbio. I maestri di antifascismo sono stati tanti anche sotto questo profilo. Già il leggere certi poeti invece di altri, il passare da D'Annunzio a Montale acquistava anche un significato politico".

Cubeddu - "Onorevole, da quello che ha detto si ha quasi la sensazione che Lei privilegiasse i rapporti con i giovani della Fuci rispetto a quelli con i dissidenti della Scuola corporativa. E' così?"

Natta - Sì. Sostanzialmente è vero. Non so dire fino a che punto si è trattato di una scelta ambientale o di una scelta politica. In realtà, io ero assieme a quelli della Fuci nella Scuola Normale. Li ho trovati lì, soprattutto. Prima ho fatto i nomi di Frugoni e di Getto, i quali sono stati in seguito intellettuali di notevole rilievo. Ma ci sono stati altri con i quali ho avuto rapporti di amicizia: non solo letterati, ma anche studiosi di scienze, di fisica, di matematica. Con i fucini, quindi, ho avuto una frequentazione quasi naturale. Mentre con i giovani del Collegio i rapporti erano meno agevoli..."

Cubeddu - "...erano meno agevoli i suoi o, in generale, i vostri?"

Natta - "I rapporti erano meno agevoli, sostanzialmente, per distanza fisica. Al Collegio Mussolini, con tutto ciò, ho avuto degli amici carissimi. A parte che i politici che dopo ho incontrato nella mia attività erano, per lo più, provenienti dal Collegio Mussolini: da Valitutti a Taviani, a De' Cocci, a Ferrari Aggradi, a Corona, a Pieraccini, a Maccanico (anche se lui viene un po' dopo), a Di Giulio, mio compagno di partito, a Raimondo Ricci, il senatore di Genova, che è mio compaesano e compagno di partito. Il rapporto con i giovani del Collegio era, in sostanza, meno stretto".

Cubeddu - "Ma, per esempio, rispetto a quella che allora era l'elaborazione teorica della Scuola corporativa di Bottai e dell' "Archivio", Lei come si poneva? Come era vista da voi normalisti?"

Natta - "Il movimento della Scuola Normale, ad un certo punto (non dico in partenza), fu contro tutto quello che poteva apparire come riforma del fascismo; fu contro perché a noi dava qualche sospetto".

Cubeddu "Era un atteggiamento suo personale o era un atteggiamento di tutti gli allievi della Normale?"

Natta - "Non direi che si trattasse solo di una posizione personale".

Cubeddu - "Era una diffidenza di tipo culturale oppure era un po' la cosiddetta "spocchia del normalista"..."

Natta - "...i "normalisti" erano spocchiosi, non c'è dubbio..."

Cubeddu - "...naturalmente spocchiosi o "normalmente" spocchiosi..."

Natta - (ridendo) "..naturalmente spocchiosi. Però, non nei confronti dei giovani del Collegio, perché li ritenevamo dello stesso livello. Eravamo presuntosi e anche poco simpatici, per la verità, - e ci veniva resa la pariglia - nei confronti degli studenti dell'Università. Nei confronti del Collegio il problema era politico, non c'è dubbio. C'era una differenza di valutazione e di impostazione che proveniva dai punti di riferimento culturali, in particolare dal filone calogeriano del liberal-socialismo, in cui l'interesse politico prevaleva su quello economico. C'era proprio una differenza di mentalità e di approccio alla battaglia contro il fascismo".

Cubeddu - "Quindi, sostanzialmente, in Normale si era già delineata una ostilità, variamente sentita, nei confronti del fascismo, e voi guardavate con diffidenza a questi tentativi di riforma..."

Natta - "..sì, era una diffidenza che avevamo anche nei confronti di Zangrandi e dei suoi amici. Io sono stato in verità amicissimo di parecchi di questi (di Giardina e di Bernieri, ad esempio). Quindi, non si trattava di un fatto personale. Pesava il timore di restare dentro questa matassa. Io non voglio generalizzare tale atteggiamento. Del resto, mi colloco ad un estremo del movimento liberalsocialista della Scuola. Questo timore caratterizzava, comunque, anche l'atteggiamento nei confronti di Bottai, di "Primato", di tutte queste iniziative e riforme che potevano irretire".

Cubeddu - "Ma l'originalità del tentativo di Bottai era percepita?"

Natta - "...certamente. Diciamoci la verità: io sono dell'opinione che bisogna sempre saper distinguere anche nei grandi movimenti. Poi, posso dare anche più responsabilità e più colpe a Bottai e a Gentile che non a Farinacci o a Scorza. E' stato un travaglio anche per me, perché ci sono stato in mezzo, sia pure incidentalmente. Le responsabilità di Gentile io le ho sempre considerate più grandi rispetto a quelle, ad esempio, di Farinacci. Lo stesso discorso vale per Bottai. Ciò, perché in loro c'era l'intelligenza, c'era la forza del pensiero. E' il problema, insomma, dei "cattivi maestri", il problema della responsabilità dell'intellettuale. E' stato un travaglio fortissimo. Io l'ho avvertito acutamente proprio perché ho avuto davanti casi clamorosi come quello di Gentile. Tanto che, quando Vladimiro Arangio-Ruiz mi espresse per iscritto il proprio sconcerto per le accuse rivolte da Leonardo Severi a Gentile - io e Arangio-Ruiz, che era stato vice-direttore della Normale, abbiamo avuto uno scambio di lettere tra il 25 luglio e l'8 settembre del '43. Io ero nell'isola di Rodi ed egli mi mandò i ritagli del "Messaggero" riguardanti la denuncia di Severi, ministro dell'Educazione nazionale nel governo Badoglio ed ex-allievo di Gentile - io gli risposi che non aveva capito nulla e che per noi giovani Gentile era stato un corruttore e, per questa ragione, era degno di morte. Una sentenza alla giacobina.. erano quegli anni...eravamo in guerra, eravamo di fronte alla catastrofe della sconfitta.

Ma, è chiaro, lo stesso discorso vale per Bottai. Noi temevamo... l'animus era questo. Non che non riconoscessimo il valore dello spirito frondista. Zangrandi l'ho conosciuto dopo la guerra. Ma i suoi amici li ho conosciuti a Pisa; erano tutti giovani onesti, diciamo la verità. Solo, mi sembrava che avessero imboccato una strada sbagliata. Allora, la distinzione, secondo me, è storicamente essenziale anche oggi. Io ritengo che non ci porta da nessuna parte considerare indistintamente fascismo e nazismo. Il fascismo ha avuto diverse componenti, come, del resto, anche il comunismo. Difendo anche me stesso, intendiamoci, attraverso la precisazione delle posizioni, delle idee, degli orientamenti e anche dei fatti. Al Collegio Mussolini il fermento critico era vivo, anche se meno visibile e determinato. Per esempio, quando andammo a fare le scritte contro la guerra ("abbasso la guerra", "viva la Francia"), quelli del Collegio Mussolini non vennero. Questo comportamento si spiega con la diversa natura del loro antifascismo".

Cubeddu - "Che poteva essere, più semplicemente, soltanto antimussolinismo?"

Natta - "Sì!"

Cubeddu - "Poteva sconfinare nell'antimussolinismo o in manifestazioni di contestazione nei confronti di Farinacci o di Starace".

Natta - "Sì, cose di questo genere..."

Cubeddu - "...ma non era antifascismo..."

Natta - "...sì, non era antifascismo netto e determinato".

Cubeddu - "E di Spirito che cosa ci può dire?"

Natta - "Io l'ho conosciuto poco. Era un po' come Gentile. Risiedevano fuori. Io ho conosciuto bene i vice-direttori, i direttori in carica a Pisa: Gaetano Chiavacci, Widar Cesarini Sforza, Vladimiro Arangio-Ruiz. Con questi ho avuto a che fare, ma sia Gentile che Spirito si vedevano poco. Gentile veniva agli esami. Ed io l'ho incontrato per la prima volta quando ho fatto il concorso. Era un nume lontano; leggevamo le sue opere".

Cubeddu - C'erano degli antifascisti nella facoltà di Lettere?"

Natta - "Una parte degli insegnanti della facoltà di Lettere non erano antifascisti. Cito il caso di Merlo, che era un glottologo di notevole livello, uno che ci ha insegnato il rigore degli studi. Così tanti altri. Ma anche la loro lezione di serietà e di severità nello studio, debbo dire che ci ha aiutato a divenire antifascisti. La Scuola, poi, debbo riconoscere, fu in quegli anni aperta, nel senso che Gentile chiamava per seminari o conferenze professori e intellettuali di tutti i generi..."

Cubeddu - "...come faceva, d'altra parte, all'Enciclopedia..."

Natta - "...sì, come faceva all'Enciclopedia, come faceva nelle riviste, come faceva nella casa editrice. Era un organizzatore di potere che coinvolgeva e che veniva da lontano. Non che Croce fosse da meno, per dire la verità".

Cubeddu - "Non era da meno. Con metodi diversi perseguivano lo stesso obiettivo: quello di costituire un'identità nazionale e una cultura nazionale..."

Natta - "...sì, una cultura nazionale e questo senso della serietà. Noi non abbiamo contestato Gentile come uomo di cultura, anche quando eravamo diventati crociani. Lo mettevamo sotto accusa quando ci faceva la predica e ci diceva "non sputate nel piatto dove mangiate"".

Cubeddu - "Cosa doveva fare?"

Natta - (fragorosa risata) "Forse cacciarci dalla Scuola! Certo è che viveva tra terribili contraddizioni".

Cubeddu - "Spirito diventò comunista. Molti esponenti del fascismo bottaiano e gentiliano diventarono comunisti. Una delle poche persone provenienti da un'esperienza per certi aspetti gentiliana fu Valitutti, allievo di Volpicelli, che poi divenne liberale. Come mai avvenne questo?"

Natta - "Beh, i gentiliani e anche i bottaiani avevano un'affinità..."

Cubeddu - "...perché divennero comunisti e non divennero democristiani, liberali, anche forse poco socialisti?"

Natta - "Divennero anche democristiani".

Cubeddu - "Anche democristiani?"

Natta - "Il filone del Collegio Mussolini di cui abbiamo parlato è stato quasi tutto democristiano; democristiano e un po' socialista..."

Cubeddu - "...pensa a Corona?"

Natta - "A Corona, a Pieraccini..."

Cubeddu - "...sì però la loro incidenza fu scarsa rispetto alla grande influenza che ha avuto sulla cultura comunista un Cantimori, o anche un Garin in cui la matrice gentiliana rimane, non è mai stata rinnegata..."

Natta - "...tutti i più grandi allievi di Gentile diventano comunisti. Questo è vero, non solamente in termini politici. Anche quelli che restano intellettuali, perché Delio Cantimori non è mai stato un politico".

Cubeddu - "Possiamo dire la stessa cosa anche dei migliori allievi di Croce, che diventano, anche loro, comunisti?"

Natta - "Beh sì, anche se in misura forse meno rilevante. In merito al passaggio di molti gentiliani al comunismo, mi preme sottolineare un aspetto. Ho letto di recente il carteggio tra Russo e Gentile. Il fatto che mi ha più colpito, a questo proposito, è che Russo, il quale poi sarà azionista e finirà anche lui quasi comunista, all'inizio degli anni '30 si dichiara fascista, cosa incredibile per me che lo ho conosciuto nel '37, ma riconducibile alla sua filiazione gentiliana. In sostanza, egli dice a Gentile: "il vero fascismo siamo noi". Quando Russo dice "il vero fascismo siamo noi", egli pensa alla "moralità", al "senso della nazione", alla serietà della cultura, tutte questioni che erano presenti in Gentile. Non teneva però presente che cosa era diventato o stava diventando il regime fascista. Allora, per capire questo passaggio, bisogna avere presente tutto il filone del pensiero e della cultura idealistica, la filosofia di Croce, di Gentile. Tra i gentiliani divenuti comunisti Lei ha citato Cantimori, ma occorre ricordare anche Cesare Luporini. Luporini, che era stato incaricato da Gentile di fare il lettore di tedesco per evitare che andassero dei nazisti a insegnare il tedesco alla Normale, non era nemmeno un gentiliano sotto un profilo strettamente filosofico, però era uno legato a Gentile, un allievo di Gentile. Nel gruppo di Cantimori, di Capitini e di Carlo Ludovico Ragghianti (allievi nello stesso periodo), il più gentiliano di tutti è Cantimori, che diventa comunista, mentre invece Capitini e Ragghianti non lo diventano. Sono interrogativi....."

Cubeddu - "...secondo Lei, in questo contesto, la continuità che Gentile aveva istituito con la storia italiana che si voleva salvare (di qui il tentativo del Partito comunista di proporsi come continuatore della parte nobile della tradizione risorgimentale) ha avuto un peso determinante, oppure c'è stato anche un tentativo di trovare una "terza via" tra un'esperienza sovietica, che allora si conosceva poco, e un capitalismo che si detestava, oppure si tratta di tutte e due le cose assieme?"

Natta - "Ma, forse tutte e due le cose assieme. Certo, a questo proposito, bisogna tener presente l'impostazione della politica di Togliatti e anche le riflessioni di Gramsci dal carcere".

Cubeddu - "Giusto! Cosa sapevate allora della cultura prefascista o dell'elaborazione teorica del Partito comunista di Gramsci, per esempio?"

Natta - "Noi siamo venuti su con questo assillo..."

Cubeddu - "...forse volevate diventare comunisti ma non sapevate come diventarlo?"

Natta - "No, no, no, volevamo sapere. Questo è il punto fondamentale. Nel '37 muore Gramsci e in un centro culturale vivo, tra i più vivi d'Italia, non se ne sa niente. L'offuscamento, l'annullamento, della nostra storia, dei precedenti del fascismo è un fatto clamoroso. Il nostro primo impulso è stato quello di capire che cosa era il fascismo, come si era determinato. Ecco perché nella seconda metà degli anni Trenta si manifestò non soltanto alla Scuola Normale, ma anche in altre università, la curiosità di ripercorrere la storia del Risorgimento, di capire la crisi della democrazia liberale, le ragioni che avevano favorito l'ascesa del fascismo al potere (non solo le complicità ma anche le responsabilità degli sconfitti, sia del movimento operaio sia del movimento cattolico). Gli impulsi sono stati questi".

Cubeddu - "Però si ha la sensazione che alla fine ragionavate nei termini della storiografia gentiliana..."

Natta - "...o crociana..."

Cubeddu - "...di conseguenza, anche l'Ottocento, il Risorgimento, li vedevate sempre nella stessa ottica. E personaggi come Pantaleoni, Pareto, Minghetti, Lombroso, Murri, Vailati destavano ancora interesse? Li conoscevate?"

Natta - "Erano stati sconfitti. Non erano comunque punti di riferimento..."

Cubeddu - "...non era rimasto nulla?"

Natta - "No. Infatti, guardi, io ritengo che il mio percorso non sia stato esemplare..."

Cubeddu - "...no, è esemplare perché è emblematico..."

Natta - "...è emblematico perché è stato anche quello di altri. I punti di riferimento diventano la Rivoluzione francese, il Risorgimento, gli sconfitti del Risorgimento. Il Risorgimento tradito, la "rivoluzione mancata" rappresentano motivi già quasi gramsciani, certamente elementi presenti nelle riflessioni dei fratelli Rosselli..."

Cubeddu - "...quindi, questi grandi personaggi che erano i grandi avversari culturali, sostanzialmente, sia di Croce che di Gentile non costituivano dei punti di riferimento?"

Natta - "No, no. Erano stati annullati. Annullati, perché noi partiamo da una temperie culturale che è quella crociana e gentiliana. C'è poco da fare. Si può, poi, determinare un passaggio da Gentile a Croce, nel senso di riferimento politico. Noi siamo stati in polemica anche con Croce..."

Cubeddu - "A questi grandi personaggi io ne aggiungerei anche un altro che è Saverio Merlino, autentica bandiera della tradizione anarchica".

Natta - "E' sparito tutto. Questo non vale soltanto per la generazione mia, ma anche in larga misura per la generazione di Togliatti e di Gramsci".

Cubeddu - "Questo è un dato importante che molto spesso viene trascurato".

Natta - "Secondo me, gli anni che vanno dall'inizio del secolo allo scoppio della guerra mondiale sono il periodo dell'affermazione in Italia non solo della filosofia (mica tutti leggevano i libri di Croce o di Gentile) ma anche del pensiero, del costume, della mentalità che venivano da questi intellettuali, che erano, fra l'altro, dei grandi organizzatori di cultura, che conquistavano le cattedre universitarie, le riviste, i giornali, e che fecero piazza pulita del positivismo nelle sue diverse espressioni. Altrimenti non si capisce. I Quaderni di Gramsci sono esemplari da questo punto di vista. Già in un uomo con una grande curiosità intellettuale e una cultura vastissima i punti di riferimento ed anche gli antagonisti sono Croce e Gentile. La formazione intellettuale di un uomo come Togliatti è analoga. Anche se Togliatti, all'Università di Torino, ha anche altri punti di riferimento. Parlo dei Ruffini, degli Einaudi. La sua formazione risente fortemente dell'influenza di Croce e di Gentile. Il passato è annullato".

Cubeddu - "Anche la scomparsa di persone come Gobetti o come i fratelli Rosselli, i quali furono uccisi nella seconda metà degli anni Trenta, non venne percepita.."

Natta - "...il caso dei Rosselli ebbe una eco maggiore, perché c'era un intreccio di presenze e di parentele pisane, livornesi, fiorentine. Della morte di Gramsci nel 1937, a Pisa, nessuno disse niente ma anche nessuno sapeva".

Cubeddu - "In realtà, poi, il "caso Gramsci" riaffiora con le prime pubblicazioni dei Quaderni".

Natta - "Bisogna arrivare all'immediato dopoguerra. Io faccio un po'eccezione in questo senso: appartengo a una realtà un po' singolare, perché, poco prima di andare militare nel '41, un vecchio socialista di Imperia mi regalò la raccolta del settimanale "Ordine Nuovo". Fino ad allora io non conoscevo Gramsci. Il comunista più noto ad Imperia era Bordiga. Ma anche per me la scoperta vera di Gramsci fu successiva".

Cubeddu - "Per quanto riguarda i liberalsocialisti, come percepivate in Normale la loro esperienza? Dal punto di vista culturale, il liberalsocialismo come si poneva in rapporto con il pensiero di Croce e quello di Gentile?"

Natta - "Ci sembrava un'esperienza di derivazione crociana, e tuttavia, in polemica con Croce, con uno storicismo un po' banalizzato che vedeva tutta la storia come storia della libertà. Croce, a sua volta, definiva il liberalsocialismo un "ircocervo". I primi programmi del liberalsocialismo (quello del '40 e quello del '41) sono dei programmi fortemente socialisti. A leggerli ora sembrano ultrarivoluzionari. Intendiamoci, risentivano del clima del momento. Però, noi aspiravamo anche ad una ripresa della tradizione liberale, radicale del Risorgimento, volevamo rimediare alla "rivoluzione mancata"..."

Cubeddu - "...però non si sa cos'era, perché, alla fine, anche un patriota liberale come l'economista Ferrara criticò il modo in cui i piemontesi avevano fatto l'unità d'Italia..."

Natta - "..io non parlo solo di Mazzini, di Cattaneo o di Pisacane, ma, più in generale, del tentativo di costruire una realtà democratica che fosse più aperta di quella che era emersa dal processo di unità nazionale. Noi mettevamo sotto accusa tutti, come è proprio dei giovani: la democrazia liberale, i socialisti, i comunisti, i popolari di Sturzo. Ci sembrava che l'avvento al potere del fascismo e l'autoritarismo, il bellicismo del regime fossero stati il prodotto di una inadeguatezza, di una insufficienza culturale delle diverse formazioni politiche. In realtà, questa analisi, seppur grossolana, coglieva un dato di fatto indubitabile. Noi non ci limitavamo ormai ad accusare il Re di non aver firmato lo stato d'assedio e di non aver scongiurato la "marcia su Roma" o a puntare il dito contro i capitalisti italiani; ci impegnavamo in un'indagine critica più approfondita che riproponeva, appunto, il problema delle mancanze del liberalismo e del socialismo.."

Cubeddu "..cercavate di fondere il meglio dell'uno con il meglio dell'altro, cosa che, in quegli anni, si cercava di fare un po' in tutta Europa.."

Natta - "...sì, dappertutto".

Cubeddu - "Il punto di svolta, quindi, può considerarsi la guerra di Spagna?"

Natta - "Io ritengo di sì. Anche se, naturalmente, parlo della mia esperienza e della mia generazione. Calogero diceva che già nel periodo della guerra d'Africa c'erano stati dei malumori. Non credo che questa sia una tesi molto fondata. Durante la guerra d'Africa ci possono anche essere state delle perplessità nei confronti di quella che poteva apparire ed era in verità un'avventura coloniale, una cosa sciagurata. Non credo, tuttavia, che in tale periodo vi sia stato qualche segno significativo di dissenso nell'ambiente culturale, nelle università. Con la questione della guerra di Spagna, invece.. L'intervista di Frosini, a questo proposito, presenta una realtà a me sconosciuta. Egli dice che sono andati a fare la guerra in Spagna dalla parte della Repubblica cinque o sei giovani..."

Cubeddu - "...un paio disse. Ci disse che la partecipazione di alcuni della Scuola alla guerra di Spagna destò molta inquietudine e che fu tenuta nascosta..."

Stampacchia - "...secondo la ricostruzione, poi, dell'ultimo libro di Simoncelli, si tratterebbe di un'unica persona, di Ermenegildo Moretti, il quale sarebbe arrivato alla Scuola già comunista e avrebbe preso il largo in seguito, sentendosi scoperto come capo di una cellula comunista; si sarebbe allontanato e, arruolatosi, sarebbe riuscito a passare in Spagna. Salvo, poi, come documenta ulteriormente Simoncelli, a pentirsi del fatto".

Natta - "A me sembra incredibile. Un attimo, ho un libro in cui figura l'elenco di tutti i combattenti nella guerra di Spagna nelle Brigate internazionali (1). Come si sarebbe chiamato questo?"

Stampacchia - "Moretti Ermenegildo".

Natta - (Apre il volume e legge) "Moretti Ermenegildo, eccolo. Moretti Ermenegildo di Giulio, nato il 5-5 -1918, di Gallarate. Studente a Pisa. Dopo le vacanze pasquali del 1938, espatria clandestinamente per combattere in Spagna. Opera con la Brigata Garibaldi fino alla smobilitazione delle Brigate internazionali poi entra nella XV brigata e partecipa all'estrema difesa di Barcellona per proteggere l'esodo verso la Francia. Internato, in seguito, ad Argelès, evade e riprende la lotta. Dopo l'8 settembre 1943 rientra in Italia ed è uno dei principali dirigenti del Fronte della Gioventù, l'organizzazione giovanile comunista di allora. Catturato dai nazisti nella primavera del '44, riesce anche qui ad evadere e continua la sua attività fino alla Liberazione". (Dopo aver finito di leggere) "Uno almeno c'era. Questo volume è curato da Giovanni Pesce, uno dei combattenti nelle Brigate internazionali. Mi sembrava incredibile che in sei o sette fossero andati a combattere in Spagna. Ma anche di questo Moretti io non sapevo nulla. Mentre conoscevo la vicenda di Baglietto, originario di Varazze, che era, però, più anziano, compagno di corso di Capitini".

Cubeddu - "Ecco, onorevole, Lei dice che questo movimento di ostilità nei confronti del fascismo sorse spontaneamente. E allora, poi, quando avvenne il contatto col Partito comunista?"

Natta - "Io arrivai a Pisa nell'autunno del '36 e la prima persona con la quale parlai di politica fu un altro giovane che aveva fatto il concorso ed era entrato al secondo anno. Si chiama Antonio Russi e vive a Pisa. A lui non avete fatto l'intervista?"

Cubeddu - "Dobbiamo farla".

Natta - "Lui è senz'altro da intervistare. E' interessante intervistarlo, perché a Pisa, quando io l'ho conosciuto, Russi era il rappresentante, il portavoce di Capitini. Russi veniva da Perugia e Capitini, in quel periodo, aveva già cominciato a tessere la sua tela dal "campanile" (perché era il figlio del campanaro e viveva nella torre campanaria) di Perugia. Il primo dei giovani normalisti con il quale ho cominciato un certo discorso politico, al quale ho rivelato me stesso dicendo che in sostanza non ero un fascista, era proprio Antonio Russi. E assieme abbiamo cominciato a cercare altri, a fare una certa azione di proselitismo. Via via, quest'azione di proselitismo è cresciuta nel corso degli anni, tanto che Luporini diceva: "di fascisti alla Scuola Normale ne ho conosciuti solo cinque". Luporini forse ha esagerato un po'. Di fascisti ce n'erano, tra le matricole, come è naturale. Nel corso degli studi e della guerra, sarebbero magari diventati comunisti. Uno, che ricordo benissimo, era Raffaello Causa, che è stato sovrintendente a Napoli. Era uno studioso di storia dell'arte. Arrivò a Pisa che era un ragazzo. Ho una fotografia con lui.. è proprio quella dove ho il distintivo rovesciato. Ricordo il filo da torcere che ci diede Augusto Livi, che in seguito è stato un grande giornalista dell' "Unità" e di "Paese Sera". Il biennio 1937-38 fu il periodo in cui si manifestò fra le giovani generazioni, alla Scuola, al Collegio e all'Università, una crescente insofferenza nei confronti delle "cose più brutte" del fascismo. Ora, Sergio Romano può dire tutto quello che vuole di Franco e del fascismo, ma la guerra di Spagna fu un'infamia e fu un'aggressione da parte di una destra militaresca e obbrobriosa contro una libera repubblica. Non c'entra niente Stalin. Povero Stalin gliene caricano già tante, anche quelle che non ha, mi sembra un po' troppo!"

Cubeddu - "Non era Stalin la causa determinante, anche se poi nella guerra di Spagna successe di tutto..."

Natta - "...ah, ma questa è un'altra questione! La guerra di Spagna fu comunque una vicenda drammatica..."

Cubeddu - "...una delle pagine peggiori fu rappresentata dall'eliminazione fisica degli anarchici..."

Natta - "...sì, le follie e la repressione degli anarchici. C'è stato di tutto. Ma c'è stata per noi la rivelazione di una politica aggressiva, che aveva come scopo di fondo quello di una guerra più grande, in Europa e nel mondo. Questo è il punto".

Cubeddu - "Però, come Lei ha affermato, Gillo Pontecorvo torna nel '40 e vi chiede di giustificare. Ho capito bene?"

Natta - "Allora Pontecorvo stava in Francia. Egli venne a Pisa come portavoce del Partito comunista e venne a cercarci. Era a conoscenza evidentemente del movimento che c'era in Normale. Io parlai con lui, credo all'inizio del '40, prima che l'Italia entrasse in guerra. Pontecorvo illustrò la posizione dei comunisti, anche quelli italiani, a proposito del patto Molotov-Ribbentrop, dicendo che era una gran cosa, un fatto che poteva salvare la pace ed evitare che l'Italia entrasse in guerra. Questa affermazione mi fece un po' ridere, perché io credevo che il patto russo-tedesco fosse un accorgimento, dall'una e dall'altra parte. Né gli uni, né gli altri, secondo me, erano ancora pronti a combattersi. Era, quindi, un accorgimento tattico. Dissi a Pontecorvo che non ero contro il patto, di per sé, ma che ritenevo che esso avrebbe avuto breve durata. Egli era un ragazzo..."

Cubeddu - "...però, fu un atto di grande coraggio quello di tornare a Pisa, città nella quale egli era conosciuto, dopo l'emanazione delle leggi razziali".

Natta - "Sì, fu coraggioso per il ritorno in Italia e per la serie d'incontri con antifascisti a Pisa e a Livorno. Subito dopo la Liberazione, nel settembre del '45, subito dopo il mio rientro dalla prigionia, mi scrisse un biglietto rievocando questo incontro e sollecitandomi ad aderire al Partito comunista".

Stampacchia "Ecco, dopo questo incontro con Pontecorvo, caratterizzato tutto sommato da una divergenza, come avvenne il suo incontro ufficiale col Partito comunista?"

Natta - "Credo che abbiate inteso, anche rispetto alle affermazioni fatte da Frosini, che io negli anni 1936-41 non fui un affiliato al Partito comunista. Anzi fui un renitente alle pressioni dei comunisti di Imperia. Ho già sottolineato la mia provenienza da una famiglia antifascista, socialista, poi comunista ecc. Ho ricordato che un mio cognato era un dirigente comunista, era stato segretario clandestino del partito nei primi anni del fascismo, qui ad Oneglia. Ma io nel '36, quando arrivai alla Scuola Normale, avevo alle spalle un dramma personale e familiare di cui molte volte ho parlato: un mio fratello era andato volontario in Africa ed era caduto nel gennaio del '36 a Passo üarieü. Avevo una "carica" antifascista, poiché questa vicenda dolorosa, invece di farmi diventare fascista, mi fece accanire ancora di più contro il regime. Ma negli anni in cui sono stato a Pisa, sono sempre stato restio a lasciarmi ingaggiare nelle file dei comunisti che pur ammiravo per tante ragioni. L'ostacolo era per me nel problema della libertà. Non ritenevo che fosse accettabile un regime dittatoriale, autoritario. Tenete presente che il 1938 non fu soltanto l'anno delle orribili leggi razziali, ma anche quello dei grandi processi a Mosca. Io non ho mai pensato, al pari delle persone che avevo vicine e che stimavo (da Russo a Calogero), che Bucharin fosse una spia ... quindi, di fronte alle sollecitazioni discrete di questi comunisti, i quali erano una razza notevole e cercavano di portarmi dalla loro parte, mi sottrassi. E qui ad Imperia mi diedi da fare per organizzare un piccolo gruppo di liberalsocialisti. Qualcuno di essi è diventato comunista durante la guerra, prima che lo diventassi io. Uno si chiamava Cascione, era un medico ed è stato il primo caduto ad Imperia nella guerra partigiana. Altri sono finiti a Mauthausen. Io, quindi, che negli anni pisani avevo sempre sostenuto la più ampia unità delle forze antifasciste, sono diventato comunista solo quando sono rientrato in patria, perché attraverso la guerra e la prigionia avevo maturato nuove convinzioni. Ma la spinta decisiva venne quando mi trovai di fronte alla politica indicata da Togliatti per il Partito comunista. Oggi ci sono persone, anche miei compagni, i quali dicono che se avessero conosciuto Togliatti non sarebbero divenuti comunisti; io dico, invece, che sono diventato comunista perché ho incontrato Togliatti. A ottant'anni, avendo conosciuto tante delle persone che hanno avuto rango, potere, forza, in Italia, posso confessare con tranquillità di considerare Togliatti un uomo geniale nel campo della politica. Egli avrà avuto certamente responsabilità, colpe, momenti di debolezza. Con tutto ciò, lo considero, così come De Gasperi, un grande uomo politico, un fondatore dell'Italia repubblicana. Diceva, in realtà, che in Italia bisognava fare una politica di unità antifascista, una politica che portasse il nostro Paese ad una ricostruzione di carattere democratico, ad un regime di democrazia aperta. Una linea che Togliatti enunciò e che poi ha seguito, intendiamoci, perché egli non ha avuto pentimenti, anche quando la situazione internazionale è cambiata radicalmente e si è affermata la "guerra fredda". Una cosa erano le posizioni di politica internazionale (non solo Togliatti o Nenni, ma anche Dossetti ed altri democristiani ritenevano che non fosse opportuno legarci in un'alleanza militare agli Stati Uniti e che occorresse mantenere una posizione di equidistanza), un'altra cosa era la politica indicata per il nostro Paese, una politica, in sostanza riformatrice, o riformistica. Oggi tutti sono diventati riformisti, è vero? Ma Togliatti lo è stato prima ancora. Non è che ha proposto la rivoluzione, la presa del potere con la violenza. In realtà, negli anni dell'immediato secondo dopoguerra, nella nostra politica non c'è mai stata una affermazione a favore della dittatura del proletariato, cioè della dittatura cosiddetta "provvisoria" o "di passaggio", perché dalla Cospirazione degli eguali fino a Marx ed oltre, la dittatura non è mai stata indicata dagli egualitari come un fine ma sempre come un mezzo. Perché gli uomini non si rendono eguali con le buone ci vuole anche la costrizione: affermazione drammatica! Ma in Togliatti non c'è stato questo. Egli ha sempre parlato di "democrazia progressiva", che non è lo stesso concetto di dittatura. E' una conquista progressiva di posizioni, di partecipazione popolare, di affermazione di giustizia, di eguaglianza. Non abbiamo mai parlato di una statizzazione integrale dei mezzi di produzione. I laburisti inglesi lo hanno scritto nel loro statuto; noi no. Non abbiamo mai parlato di un "partito unico"; abbiamo contribuito, e in maniera decisiva, al varo di una Costituzione, che è una Costituzione democratica".

Stampacchia - "Questo tipo di riserve che si avevano sul comunismo sovietico, per quanto se ne conosceva, erano già vive negli anni '30?"

Natta - "No. Negli anni '30, dico la verità, l'unica cosa che ho conosciuto del comunismo sovietico che non mi persuadeva, e per cui sono stato contrario a una adesione, è stata la storia dei processi. Ma, per esempio, non sapevo, al pari dei miei coetanei, che in Unione Sovietica ci fosse il lavoro forzato, nonostante che negli anni dell'università alcune delle cose riguardanti la stessa Unione Sovietica le conoscessimo. Io cito due cose interessanti: una è la pubblicazione, in quegli anni, della Costituzione sovietica, documento bugiardo rispetto alla realtà delle cose - ora lo sappiamo -, ma notevolissimo; l'altra è la pubblicazione del libro di André Gide Retour de l'URSS. Non solo, ma l'intellettualità europea, con dei picchi notevoli di grandezza, aveva dato un avallo, un'adesione, un consenso a questa immagine dell'Unione Sovietica. Quindi, le cose di cui oggi si discute (l'esistenza dei gulag, ecc.) le ho conosciute dopo. Ma anche una vicenda sulla quale poi anche io ho scritto, le persecuzioni di emigrati italiani antifascisti e comunisti nel periodo staliniano, anche queste vicende le abbiamo sapute successivamente. Questa è una pagina che è rimasta a lungo oscura. Quand'è che abbiamo una presa di coscienza di queste tragedie? Nel 1961, dopo il XXII Congresso del Pcus. Già in occasione del XX Congresso del Pcus, il congresso del Rapporto segreto di Kruscev, lo stesso Togliatti, in un'intervista a "Nuovi argomenti", aveva detto che non bastava mettere in causa Stalin e i suoi crimini, ma che c'era qualcosa nel sistema che non quadrava. In seguito al XXII Congresso, caratterizzato da una dura lotta interna tra i dirigenti sovietici, ci fu nel nostro partito una discussione sulle responsabilità, in cui fu chiamato in causa anche Togliatti da parte di uomini come Amendola, Alicata e Pajetta. Fu una discussione molto interessante perché da essa scaturirono nuove rivelazioni. Robotti, cognato di Togliatti, raccontò, ad esempio, di essere stato messo in carcere e che i sovietici volevano estorcergli una qualche confessione su Togliatti allo scopo di avere nelle mani anche il leader del Pci. Ecco, questo capitolo delle persecuzioni degli antifascisti italiani, che finirono nei lager, costituiva per me un'assoluta novità. Io non sapevo nulla di persecuzioni di questo tipo. Alla luce di queste rivelazioni e delle considerazioni fatte in precedenza, io oggi spiego alcuni dei caratteri più aberranti della dittatura sovietica: come quella sorta di accumulazione selvaggia del capitale, consistente nel far lavorare la gente senza pagarla. C'è stata, lo sappiamo, una lotta politica feroce, ma con il lavoro forzato, con il gulag la politica c'entrava relativamente. Spesso si trattava di un pretesto. Per esempio, uno era stato bordighiano. Bordighiano era assimilato a trotzkista. Veniva deportato non perché facesse in quel momento il bordighiano, ma perché era come uno che litigava per strada, lo polizia lo vedeva e tac. Così come avveniva nel Settecento, quando venivano arruolati i marinai per la flotta inglese. Entravano in un bar e prendevano tutti quelli che erano ubriachi e li reclutavano.

Torno al punto più rilevante, ciò che mi importava dire è che io maturai questa convinzione comunista attraverso l'esperienza della guerra e della prigionia e in seguito all'incontro con la proposta e la visione politica di Togliatti. Aderii al Partito comunista, perché pensavo che nella guerra la Russia avesse compiuto non solo un enorme sacrificio ma anche un grande processo di maturazione e fui tra quelli che, sbagliando evidentemente (non lo so se fino in fondo), pensarono che la guerra avesse rotto il senso dell'accerchiamento, della paura e che, dopo la guerra, la Russia sarebbe stata diversa. Maturai, in sostanza, una serie di opinioni, che credo siano state presenti anche in un uomo accorto come Togliatti, cioè che, in definitiva, cominciava o poteva cominciare un'epoca nuova. Oggi tutti danno come un assioma che la realtà sovietica fosse irriformabile. Ma io ritengo che di irriformabile non c'è mai niente. Non voglio però divagare troppo".

Stampacchia - "Tornando alla Pisa degli anni '30, Lei, prima, ha definito Gentile "grande corruttore". Possiamo considerare questa, una definizione completa?"

Natta - "Definizione completa? Nei confronti di Gentile io ho avuto in un certo momento l'animus del giovane giacobino, radicale, che sentiva intollerabile sotto il profilo morale il suo ammonimento opportunistico, come quando è venuto a Pisa a dirci "state buoni, ma chi ve lo fa fare, avete le biblioteche, potete studiare, i conti col fascismo li farete dopo". Questo è il discorso che ci fece Gentile, che fece anche a me direttamente, perché in quel periodo, nel 1940-41, io ero perfezionando alla Scuola. Gentile mi chiamò perché c'erano state delle proteste che erano sconfinate in una presa di posizione politica e mi fece questo discorso da padre di famiglia, che a me e agli altri non sembrò accettabile. Poi, più in generale, quello che mettevamo in discussione era questa libertà concessa..."

Cubeddu - "...la liberalità di chi aveva vinto..."

Natta - "...sì, di chi aveva in pugno la situazione. A Gentile imputavamo soprattutto la responsabilità di aver condotto la intellettualità italiana nelle mani del fascismo".

Stampacchia - "Quando ebbe la notizia della morte di Gentile e come reagì?"

Natta - "Ero in prigionia..."

Stampacchia - "...quindi, l'ha saputo molto tardi?"

Natta - "Sì. Il 9 settembre ero nell'isola di Rodi e fui ferito nei combattimenti con i tedeschi. Fui ricoverato nell'ospedale e poi fui internato, sempre a Rodi, in un campo di prigionia. Questa ferita, che poteva essere fatale ma non lo fu, mi risparmiò il primo inverno di prigionia in Germania. All'inizio del 1944 fui portato per mare a Lero e poi al Pireo e dal Pireo in Germania in un campo di concentramento e passai per diversi, come è accaduto a tanti degli ufficiali italiani. Rientrai in Italia nell'agosto del '45. Di alcune delle vicende della guerra in Italia ho saputo attraverso le notizie che anche nei campi di concentramento arrivavano grazie alle radio clandestine o ai giornali stessi della Repubblica sociale. Quando rientrai in Italia, a Imperia, mi aspettava una lettera di Arangio Ruiz, che quasi voleva imputarmi l'uccisione di Gentile perché gli avevo scritto..."

Stampacchia - "...poi, però, c'è un episodio più recente che risale, se non vado errato, a una diecina di anni fa. Mi riferisco a una lapide che doveva essere posta in Sapienza. Essa ricordava i caduti per fatti bellici successivi alla I guerra mondiale; fra questi era menzionato anche Gentile. Venne raccontato dal professor Alessandro Faedo che Lei riuscì a convincere una persona assai importante negli ambienti dell'antifascismo pisano ad abbandonare quell'opposizione che impedì al rettore dell'epoca, Bruno Guerrini.."

Natta - "..sì, è vero. Io ho avuto alla Normale una posizione dura e severa su Gentile che ho ricordato. Anche dopo la sua morte io dissi ad alcuni miei amici che la sua uccisione era un fatto inevitabile da collocare nella logica spietata di una lotta che aveva il carattere di una guerra civile. Luporini, che era un po' meno giacobino di me ed era più legato a Gentile, non era d'accordo. Gentile fece degli errori tremendi. Di fronte al governo Badoglio sbagliò, perché tentò un approccio, poi non andò a fondo, si fece bloccare da Severi, c'era di mezzo anche il figlio .. una storia complicata, insomma. Poi, si assunse la responsabilità di andare a fare il presidente dell'Accademia e di intervenire in pieno nella battaglia politica. Io oggi posso ragionare con un altro animo. Ma allora mi sembrava inevitabile che i conti venissero pagati. Non considero, ecco, che quelli che hanno giustiziato Gentile abbiano commesso un'infamia. Hanno obbedito a delle leggi di guerra. Gentile era uno dei bersagli più evidenti, uno dei più significativi responsabili. Ora certo, penso che Gentile non era solamente quello che ha fatto il discorso in Campidoglio o quello che incitava i giovani alla lotta a fianco dei tedeschi e con i fascisti, che sosteneva una idea sbagliata di fedeltà alla patria.. Gentile non è riuscito a fare quello che ha fatto Croce a un certo momento, a distinguere tra l'interesse di fondo della difesa della nazione e la sorte del regime fascista, a capire che per salvare l'Italia bisognava che l'Italia perdesse la guerra.

Il discorso su Gentile, per me, rientra poi in un altro grande discorso a cui non è che sappia dare una soluzione: la questione delle responsabilità dell'intellettuale. Io, che ho avuto qualche responsabilità, ritengo che, in qualsiasi evenienza, sarebbe molto più giusto che a pagare fossero i capi (intellettuali o non) piuttosto che i semplici militanti. Lo capisco che è questo un principio che non quadra con la civiltà giuridica. Questo è un rovello ancora oggi, una cosa che ho avvertito in modo drammatico per un uomo come Gentile, che è stato uno dei maggiori intellettuali italiani di questo secolo e che io ricordo oggi nel suo aspetto di patriarca. Sono strappi dolorosi.. non so, forse ho divagato ancora.."

Stampacchia - "la domanda riguardava il racconto del professor Faedo.."

Natta - "..ah, sì. All'Università c'è stata una storia di lapidi (non solo quella di Gentile) per i caduti di tutte le guerre, compresi quelli della Repubblica sociale. La mia opinione è che i morti sono morti e quindi verso di essi bisogna avere pietà. Il punto delicato è costituito dalle strumentalizzazioni politiche, dai tentativi di mettere tutto sullo stesso piano. Però, mi stupisce anche sentire discutere, soprattutto da parte dei vecchi, sul concetto di guerra civile. L'altro giorno abbiamo presentato un libretto di memorie di un vecchio partigiano, nel quale si parla del sangue che è stato versato in queste vallate durante la resistenza. Ci sono stati 1200 morti in una piccola provincia come Imperia, 600 civili e 600 partigiani. Allora, dico ai vecchi partigiani di queste parti, come volete chiamarla una guerra di questo genere, quando voi dite che avete avuto dai contadini di queste vallate il sostegno decisivo perché altrimenti non avreste resistito, ma, nello stesso tempo, avete avuto anche le spie? Ma ci siamo divisi anche nei lager in Germania - parlo degli ufficiali prigionieri -, dopo l'8 settembre, tra quelli che aderirono alla Repubblica sociale e gli altri, la grande maggioranza, che seppero resistere. Allora, cosa vogliamo mettere nella lapide? Mi rendo conto che sono questioni difficili".

Cubeddu - Ringrazia l'onorevole Natta per la cortese disponibilità mostrata nei nostri confronti e per la preziosa testimonianza resa e lo saluta cordialmente.

 

Imperia 19 giugno 1998.

 

 

(1) Il testo consultato dall'On. Natta nell'interista è: La Spagna nel nostro cuore 1936-1939. Tre anni di storia da non dimenticare, a cura dell'AICVAS (Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna), Roma, 1996.